Richard Davenport-Hines, Auden

[LGBTQI] Ci sono, diciamo, due modi per intendere una biografia: da un lato c'è il ritratto, ovvero il progressivo avvicinamento per pennellate che delineano sempre meglio la figura che si vuole presentare; dall'altro c'è la serie di incisioni o se si vuole il dramma sacro, vale a dire il processo già più narrativo che vede l'uomo al centro di una serie di snodi significativi che ne cambiano la fisionomia in modo irrevocabile. Naturalmente, l'alternativa tra immanentismo e narrativa è schematica (e credo non esista uno studio che corrisponda a uno dei due estremi), ma serve un po' a ricordare un personaggio famoso dopo averne letto dei profili biografici. Ecco, fatta questa debita premessa e la correzione relativa, diciamo pure che il libro dedicato da Richard Davenport-Hines, storico formatosi a Cambridge e autore di numerosissime voci all'Oxford Dictionary of National Biography, al poeta inglese Wystan H. Auden (York, 1907 - Vienna, 1973) appartiene più al primo che al secondo tipo. Auden (pubblicato nel 1995 da William Heinemann, ma che io ho letto nella più accessibile edizione Vintage del 2003) è, per l'appunto, un progressivo incedere fino al tratto finale di un'immagine "sintetica" e organica: quella che offre al lettore del XXI secolo un intellettuale immenso, fortemente signficativo per i poeti che vennero dopo di lui e anche per i numerosi musicisti che trovarono ispirazione in lui e una fonte di sicuro successo nel sodalizio artistico con l'amante Chester Kallman. In particolare ricordiamo Benjamin Britten, forse più per i Cabaret Songs che per il Paul Bunyan, ma soprattutto Igor Stravinsky (per The Rake's Progress) e Hans Werner Henze (per The Bassarids).

In Italia il nome di Auden è legato per i più al famosissimo Funeral Blues, ovvero a quella poesia del 1938, tratta da Autumn's Song, che Matthew legge alla morte del suo compagno Gareth in Quattro matrimoni e un funerale. Questo per dire quanto un'intera produzione poetica, e delle più varie e interessanti, possa essere ridotta a una scena-madre. Ma Auden non è rivolto a un pubblico italiano e tra l'altro sembra piuttosto orientato verso un uditorio accademico. Ciò non rappresenta affatto un limite del lavoro di Davenport-Hines, semmai testimonia di una certa mia avventatezza nello scegliere il titolo migliore per avvicinarmi a questo grandioso poeta. Ecco: ho potuto sperimentare sulla mia pelle che Auden non è il  "primo libro" migliore per chi abbia qualche legittima curiosità letteraria nei confronti del bardo di York. Il profilo che emerge dell'uomo è, sì, completo, ma viene pennellato dai suoi contemporanei - con una certa elasticità cronologica - su uno sfondo che è per metà di persone legate ai colleges e per metà alla produzione poetica, ma di una tradizione che per un lettore di media cultura come me, per quanto curioso e interessato, è piuttosto lontana. A ciò si aggiungano due elementi: solo di rado Davenport-Hines si preoccupa di presentare gli interlocutori, lasciando il lettore nello sgomento della propria ignoranza (che certo una frettolosa ricerca su Google non risolve); d'altra parte, e questo per me è proprio un limite del libro, le numerosissime citazioni di e su Auden, le lettere, le dichiarazioni, le interviste non sono accompagnate da puntuali rimandi con nota: i più volenterosi e certosini andranno a cercare nella sezione Sources (da p. 353 a p. 391) i relativi riferimenti. A mio avviso, la pagina tutta linda e discorsiva, alleggerita dalle corposissime note della tradizione accademica italiana e francese, mal giustifica però la perdita di chiarezza in termini documentari. Tanto più che la bibliografia anglosassone è notoriamente molto sintetica e le note sono quasi sempre brevissime e avrebbero consentito una lettura ben più intelligente del testo. Di contro, a onor del vero, va detto che l'Index (di ben 13 pagine) è talmente dettagliato e intelligente, da "bucare" la continuità del testo e permettere un approccio tematico più puntuale. Sarà per una prossima rilettura, allora.

A prescindere dalle difficoltà personali con una saggistica di tradizione diversa, è vero però che il profilo del poeta che emerge dalle pagine di Auden è davvero appassionante. Nevrotico e generoso, disinibito e capace di amore senza limiti, timido e spregiudicato con sé e con gli altri, Auden conserva in sé l'amore per le scienze e la necessità della poesia, il ricordo di un padre amatissimo e di una madre molto, troppo avvolgente, la confidenza continua con il fratello John e la corsa a una sorta di stabilità familiare (si considerava sposato a Chester Kallman molto prima che la legge inglese depenalizzasse l'omosessualità). Negli ultimi anni, Auden viene ricordato più per la sua prosa e, in particolare, per il sodalizio con Christopher Isherwood, col quale condividerà un libero erotismo, l'amicizia e la firma su numerose opere e Davenport-Hines, pur preferendo le citazioni di versi, insiste molto su questo aspetto. In effetti, possedendo già i Collected Poems a cura del suo fidatissimo Edward Mendelson, diverse opere hanno attirato la mia attenzione e mi spingono a proseguire in questa ricerca sulla vita di Auden: The Sea and the Mirror, che è un commento a La tempesta di Shakespeare, The Age of Anxiety, un libro intriso del suo ritorno al Cristianesimo, sempre venato dal retroterra freudiano che gli appartiene fin dalla più giovane età, e soprattutto Forewords and Afterwords, una raccolta di saggi sparsi e riuniti in volume solo nel 1973 (adoro questi "saggi dispersi", in passato ho preteso quelli di Savinio per un'occasione speciale). A me sembra che avere aperto già questi squarci, quest'esigenza precisa di andare oltre con un proprio percorso di lettura, rappresenti una riuscita precisa e indiscutibile del bel libro di Davenport-Hines.

Link correlati:
Funeral Blues nella versione musicata da Benjamin Britten
La scena dell'elogio funebre in Quattro matrimoni e un funerale

Roberto Oddo

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