Gabriele Salvatores, Happy Family

Esiste la famiglia perfetta? Se non nella realtà, almeno nella fantasia di uno scrittore - Un attimo: non che Ezio (Fabio De Luigi) abbia intenzione di spianare la strada ai suoi personaggi, però un minimo di libertà ancora c'è. E, insomma, a voler ripetere il celeberrimo incipit di Anna Karenina («Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo»), un po' di rabbia ti viene per quell'artista così poco fantasioso da non sapere immaginare la felicità dei suoi personaggi. Ma così è, e le due famiglie che il narratore incrocia affastellano allegramente banalità e fallimenti più o meno meritati. Da un lato ci sono Anna (Margherita Buy) e Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio), entrambi al secondo matrimonio, benestanti, con due figli: la splendida Caterina (Valeria Bilello), 27 anni (nata dal primo matrimonio di lui con un'altra Anna, ormai morta) e il liceale Filippo (Gianmaria Biancuzzi). Questi è «un po' particolare» e si è messo in testa di voler sposare, a sedici anni, Marta (Alice Croci), una sua compagna di scuola. Veniamo così a conoscere quest'altra famiglia, formata dalla ragazza, da sua madre (Carla Signoris) e dal padre (Diego Abatantuono), entrambi senza un nome proprio: sono una coppia borghese qualsiasi, disfunzionale come ogni famiglia che io conosco. Questi mondi, così diversi, si incontrano a una cena messa su per l'ufficializzazione della proposta di matrimonio da parte dei due adolescenti.

Gabriele Salvatores, Happy family (Diego Abatantuono, Carla Signoris, Margherita Buy, Fabrizio Bentivoglio)
Happy Family (2010) di Gabriele Salvatores è un po' la storia di questo incontro e un po' un film d'interni, rarissimo per il regista, dedicato «a chi ha paura». E non c'è limite alla paura: perché oggi, come ben spiega Ezio, abbiamo paura di tutto, di quello che fa paura e di ciò che invece è assolutamente innocuo, ma soprattutto abbiamo paura della nostra infelicità. E niente più di questa paura ci rende infelici. Il film di Salvatores ha una struttura e direi piuttosto una precisa matrice teatrale: per chi avesse dubbi sulla derivazione dai Sei personaggi in cerca d'autore, Pirandello viene esplicitamente chiamato in causa e la ragione è semplice: Ezio orchestra le storie dei suoi personaggi, ma si perde nei dettagli, fatica a dare una conclusione alla storia, lasciando le vicende personali a metà, inconcluse come sono spesso nella nostra vita; però le pedine di questa piccola storia in più frangenti reclamano la loro autonomia, l'importanza del loro ruolo e pretendono di arrivare fino in fondo al copione, tutti quanti, tutti insieme, e nel miglior modo possibile. In più, l'autore entra attivamente nella trama e ne diventa un coprotagonista. Su questo schema diabolico, che si tinge di spiccata simpatia con i suoi siparietti e i suoi fallibilissimi eroi quotidiani, con i loro timidi soliloqui e i loro fraintendimenti, Salvatores e lo sceneggiatore Alessandro Genovesi costruiscono un testo spigliato e molto accattivante, che funziona bene e allieta lo spettatore con un ritmo che, sia pure alla lontana, ricorda un po' Wes Anderson, ma è di un'eleganza più classica e composta. Tuttavia, trovo che il vero pregio del film stia nella regia e, in particolare, nella fotografia: alcune inquadrature sono di una bellezza straordinaria, vuoi nella composizione pulitissima, vuoi nell'equilibrio cromatico, e immortalano momenti di pura grazia cinematografica. Visto in un pomeriggio di pigrizia, Happy Family mi ha fatto riscoprire un autore che nella prima giovinezza ho ignorato o non ho apprezzato a sufficienza. Rimedieremo!

Roberto Oddo

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