Guy de Maupassant, Racconti bianchi, racconti neri, racconti della pazzia

La pubblicazione di quest'antologia di racconti di Guy de Maupassant (1850-1893) mel 2004 da parte di Adelphi è un'occasione ghiottissima per incontrare il celebre autore francese e, al contempo, per leggere l'eccezionale scritto di Alberto Savinio che li introduce, Maupassant e l'altro (1944). Ovvero, per dirla in altri termini: quando uscirono questi venti racconti, tradotti con Anna Maria Sacchetti, per i tipi romani di Documento Libraio Editore, il saggio, che allora si intitolava Lui e l'altro, doveva stupire i lettori, confermando al contempo le doti dell'estensore. L'introduzione è, infatti, per Savinio, l'ennesimo spunto per parlarsi addosso, per raccontare qualcosa in più del suo alter ego letterario, quel Nivasio Dolcemare protagonista delle metafisiche avventure in chiave pseudoautobiografica. Ma il parlarsi addosso di Savinio, che certo sorprende e disorienta il lettore neofita, con tutte quelle note a uno sguardo sommario così accademiche, tutte quelle correzioni, tutte quelle parentesi e l'impressione di non arrivare mai al punto, è in realtà un geniale atto d'amore per le possibilità della letteratura e della parola in sé, senza il quale non si spiegherebbe questa digressione.

Guy de Maupassant - Racconti bianchi, racconti neri, racconti della pazzia (Adelphi)Poco importa, allora, se Guy de Maupassant ne esce con le ossa un po' rotte, sia per la sua condotta sociale, chiamiamola così, sia per le sue qualità artistiche: lo scrittore normanno, sintetizzando, vi appare farfallone e superficiale, con scarsa capacità introspettiva, ma buona capacità di costruire racconti che ben parlano dei suoi tempi. Proprio come il "padre" e nume tutelare Flaubert, Maupassant rispecchia un'era difficile e mondana, e il risultato, lungi dal raggiungere la compiutezza e la struttura del suo mentore, è comunque piacevole e interessante testimonianza del XIX secolo. A leggerli oggi, dunque, 70 anni e più dopo la loro raccolta e pubblicazione in Italia, a centotrenta-centocinquant'anni dalla loro nascita, i racconti di Maupassant prestano certo il fianco, se non a qualche critica, senz'altro a diverse perplessità. Un po' ripetitivi, schematici, poco profondi. Il punto è quello che chiediamo alla letteratura e quel che voleva fare lo scrittore.

Nota giustamente Savinio che l'architettura di questi Racconti bianchi, racconti neri, racconti della pazzia prevede quasi sempre un'anticamera, ovvero una cornice scorciata, vista solo da un lato: c'è sempre una premessa, l'incontro dei personaggi e si creano le premesse e le attese per la storia che è nucleo narrativo principale. Dal dialogo, dall'incontro, dalla socialità insomma nasce dunque il racconto. Rimane in bocca il sapore proprio della novella, della cosa strana, della novità, perfino del pettegolezzo spifferato come episodio straordinario, tipico del racconto medievale. Ma con in più la modernità di una profonda anomalia personale, di una "deviazione" dalla razionalità. I personaggi di Maupassant sono bidimensionali e perfino un po' incolori, le loro vicende non prive di cliché, eppure l'insieme funziona e affascina, ci trasporta in un mondo davvero altro. Il possibile è tutto in uno stato alterato della mente che è l'oggetto stesso dei racconti: per questo è difficile tracciare un vero solco tra i racconti bianchi, i racconti neri e quelli della pazzia, tutti brumosi e notturni, almeno autunnali: a mio avviso, esiste più continuità che distanza fra le tre sezioni del libro e tutte hanno un loro particolare interesse. Ma il pezzo forte, ribadisco, per me rimane lo sguardo acutissimo e ironico, la supervisione di Savinio o, se si preferisce, quella policroma e tutta estiva di Nivasio Dolcemare.

Roberto Oddo

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