Michele Mari, Io venìa pien d'angoscia a rimirarti

Io venìa pien d'angoscia a rimirarti (1998) è un "capriccio" (come lo definisce Manganelli) di Michele Mari, un divertissement su Leopardi (1798-1837). Ovvero, questa è la forma: quella di un diario, tenuto dal 13 febbraio al 9 maggio del 1813,  da Orazio, fratello dell'allora neanche quindicenne poeta, e del suo stupore di fronte al comportamento di Tardegardo, come lui preferisce chiamarlo. Casa Leopardi c'è tutta (almeno come Michele Mari ha voluto raccontarla): il ricchissimo e un po' quadrato conte Monaldo, la severa, religiosissima e piuttosto glaciale fu-marchesa Adelaide, la sorella più piccola Paolina, detta Pilla, un vero peperino. E c'è la sala da pranzo, il sacerdote che fa da precettore ai ragazzi, la celeberrima biblioteca, il colle poco lontano. Ma soprattutto, dalle finestre passa dolcemente la luce della luna e, con essa, un ritratto che occhieggia, sornione, dall'alto e le storie misteriose di un lupo: si tratta di una bestia ferocissima e introvabile che uccide le pecore e perfino il bel nipote del fattore di casa Leopardi - ovvero il nipote di Giuseppe Fattorini, padre di Teresa, la ragazza eternata dal poeta sotto il nome tutto elegiaco di Silvia.

In centoventi pagine, scritte in una meravigliosa e comprensibilissima lingua ottocentesca, Michele Mari condensa tutte le attese possibili e tutte le sorprese più accattivanti su un poeta che, per fortuna, ancora esce molto spesso dai libri di scuola. Solo che, in Io venìa pien d'angoscia a rimirarti del giovane Leopardi si fa esperienza terrena e carnale di un ragazzo - un ragazzo pieno di fantasie e, pur con la sua logica scientifica ancora da tardo-illuminista, capace più di altri di superare gli stretti confini della razionalità e il bivio obbligato con una fede cieca e assoluta. L'avere dato la voce al fratello Orazio, destinatario di una confidenza speciale e di una distanza insormontabile, è da parte di Mari un atto d'amore e insieme giusta soluzione narrativa per rendere al contempo l'empatia e l'eccezionalità del genio. Per dirla in altri termini, Io venìa pien d'angoscia a rimirarti è un ulteriore tassello di una ricerca sulla grazia che attraversa la nostra cultura contemporanea.

Il romanzo di Michele Mari presenta anche dei tratti che altrove forse sarebbero per me respingenti: mi riferisco in particolare al registro linguistico e alla scelta lessicale. Rimane il fatto, però, che lungi dall'imporsi come esibizionismo come accade con altre firme anche più celebri, la penna di Mari incanta, però senza essere invadente. La cultura smisurata dell'autore ci regala spunti intellettuali interessanti, scava all'interno di una produzione che è tutto tranne che monolitica e ci conduce, passo passo, alla genesi di Alla luna, de L'infinito e delle Operette morali suggerendoci l'incrinatura di una voce adolescenziale, rotta dalle passioni e dal sapere. Una voce che risuona forse in noi con un sentimento di leggerissima e nascosta angoscia, ma che ci appartiene fino in fondo.

Roberto Oddo

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