Scuola, voti e promozione

[Scuola] Ogni giorno, le scuole e i luoghi di confronto pubblici (tipo bar e talk show) sono presi d'assalto da persone che fanno dei voti scolastici i terreni di maggior scontro. A detta di molti, noi docenti non sapremmo valutare o dovremmo valutare cose diverse rispetto a quelle che valutiamo. E ovviamente in modo diverso.

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Partiamo dal presupposto che si attribuisce un valore (numerico, alfabetico, cromatico o come lo si preferisce) a una determinata performance relativa a un lavoro che si svolge in classe; in classe, poi, sta un numero più o meno ristretto di persone, meno di quelle che chiacchierano all'aperitivo di sicuro. Il voto può essere più o meno corretto, nessuno ha la pretesa dell'infallibilità: ma solo il docente ha il polso dell'insieme di elementi a cui si riferisce. Certo, quella in classe è solo una porzione della vita degli alunni, ma guarda caso è proprio a quelle ore che va riferito il voto, non a un'esistenza intera, con buona pace di genitori e di molti colleghi.

Una norma elementare di buon senso, dunque, impone la massima trasparenza nella docimologia (criteri di valutazione e concretizzazione numerica) non per garantire la buona fede, bensì per far sì che il voto abbia il valore formativo che ci si aspetta che abbia. E ribadisco che un voto può essere espresso anche da un suono (credo non si difficile tecnicamente con il registro elettronico) o addirittura da un profumo, ma deve essere palese a cosa corrisponda l'attribuzione di quel particolare giudizio e cosa miri a comunicare e a registrare. La docimologia è uno degli aspetti più complessi del mestiere di chi insegna proprio perché coinvolge insieme un sistema (con le sue attese), una comunità in grande e poi il rapporto tra insegnante e alunno valutato, ma anche tra insegnante e insieme degli alunni della classe.

Vediamo dunque di ridimensionare intanto tutta questa attesa sui voti, perché i voti significano perlopiù qualcosa solo in un particolare frangente: al più, significano che io, in un determinato caso, sono stato in grado di produrre una determinata performance, quindi in me ci sono le potenzialità per raggiungere una più o meno selettiva eccellenza. Il punto semmai è stabilire, da un lato, il valore di quest'eccellenza (o, in termini economicisti, la spendibilità di quest'eccellenza); dall'altro, invece, nella difficoltà di attribuire ricadute precise a una precisa valutazione. Diciamolo in termini più concreti: possiamo stabilire che si venga promossi anche con 4 (o con "giallo", nel caso dei voti colorati, o con "fischietto prolungato" nel caso dei voti sonori, per intenderci), ma un riscontro ai ragazzi dobbiamo darlo, altrimenti non riusciranno mai a confrontarsi con gli altri e con le proprie stesse capacità. Il voto serve a questo, non è certo punizione o premio.

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Le direttive ministeriali vanno in senso diverso, bisogna essere chiari. Il sei è il requisito per passare alla classe successiva e così, per effetto di lievito madre o di madri lievitanti (fate un po' voi), misteriosamente nella seconda decade di giugno molte insufficienze (anche gravi o gravissime) vengono "arrotondate", compromettendo il senso stesso dell'atto docimologico. E allora facciamo così: stabiliamo che, indipendentemente dalla valutazione assegnata, gli alunni di II B a settembre tutti insieme saranno alunni di III B. L'ho già detto, lo ribadisco e lo ripeto: aboliamo quell'atto amministrativo del Consiglio di Classe chiamato "promozione vs. bocciatura" - sarà una ratifica in meno per il Collegio dei Docenti di fine anno (e forse meno fatica per il collega "funzione strumentale" che si occupa dell'autovalutazione dell'Istituto).

Aboliamo la "promozione vs. bocciatura", aboliamo la funzione selettiva della scuola e lo dico davvero, senza nessun intento provocatorio. Aboliamolo, perché così non ci confondiamo con i termini e non andiamo in giro dicendo che abbiamo promosso il percorso culturale e la crescita dei ragazzi: non è che non l'abbiamo fatto (o non ci abbiamo tentato), semplicemente non è quello che in realtà dice il tabellone finale con "morti e feriti" oggi. Avremo perso un deterrente più o meno efficace per i comportamenti scorretti o un pungolo a impegnarsi per i più pigri, ma è bene si sappia una cosa importante: nei contesti più difficili, ai ragazzi interessa ben poco di essere promossi o bocciati, spesso anzi la bocciatura è ragione di vanto; nei contesti più radical chic i genitori insistono sulle qualità innate e sull'intelligenza dei ragazzi, per cui si pretende che, a prescindere dalla performance, dall'esposizione e dalle previsioni meteo, i voti si attestino sempre tra l'8 e il 9, anche se certo (a denti stretti) "qualche sette e mezzo può capitare".

In questo modo si nega non solo la valutazione della singola prova, bensì anche la capacità del docente di guardare oltre il singolo voto. Di coleghi che fanno "la media" (come se tutti i voti fossero uguali), purtroppo, la scuola è ancora satura (e quando ce ne libereremo sarà sempre troppo tardi). E però per fortuna non sono pochi coloro che guardano all'anno nel suo insieme e dimenticano facilmente un'insufficienza attribuendo il giudizio finale sulla base del senso di un percorso di crescita (anche dal tre al quattro, se occorre, preferibile al "sei, sei meno, sei più" fisso di alcuni studenti che si adagiano sulle loro capacità), Aboliamo il giudizio selettivo dei docenti, ci sto, ma valorizziamo quello qualitativo, se occorre da dare anche con il massimo riserbo e da non pubblicare.

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Perché il problema sono i voti: per molti genitori la promozione - che, ricordiamolo, è comunque un atto discrezionale - non è messa neanche in dubbio, ma i discorsi si attestano sui numeri. In questo senso, le ultime proposte docimologiche con lettere e livelli mi convincono molto di più. Anzi, se c'è un solo aspetto valido in tutto il discorso (per il resto almeno fumoso, quando non ridicolo) delle competenze, è proprio l'idea di attribuire a una performance o al cluster di conoscenze, abilità, attitudini e doti naturali un valore sintetico che possa essere in qualche modo capace di raccontare qualcosa in più del ragazzo. Ancora una volta, trovo che nel QCER, ovvero nel quadro di riferimento internazionale per le lingue straniere e nei suoi sei livelli (A1, A2, B1, B2, C1, C2), con tutti i suoi profondi limiti, ci sia maggiore chiarezza e disciplina che in altri sistemi descrittivi-formativi.

Ovvio che si può verificare un'inflazione dei giudizi più lusinghieri, proprio come capita con i voti numerici; però, disinnescando la funzione selettiva del voto in uscita - ovvero le conseguenze immediate di ingresso nel livello successivo di istruzione - si può smontare buona parte della corsa al "rialzo" (che, del resto, purtroppo ha cause sociali ben più ampie su cui la scuola può agire fino a un certo punto). Semmai, proprio come si fa con le lingue seconde, l'impegno maggiore deve essere rivolto a un'acquisizione quanto più possibile ampia e completa dei dati d'ingresso, facendone qualcosa di più ampio e complesso, i cui risultati siano davvero utili per impostare la didattica e non per "avere le carte a posto". In via sperimentale, si potrebbe, per esempio, provare in alcuni contesti a rimandare l'assegnazione degli alunni alle classi a dopo un periodo di rodaggio in classi provvisorie e aperte (anche per tutto settembre, perché no?) per conoscere meglio i ragazzi e stabilire davvero meglio, senza deleghe e senza deroghe, il livello di partenza creando classi più funzionali (che non vuol dire sempre e per forza "omogenee"!). Poi si potrebbero assegnare i docenti alle nuove classi definitive per sorteggio pubblico e si eliminerebbero classi ghetto e nonnismi vari di istituto.

Si tratta di investire nelle nuove generazioni, di ragionare per progettualità e per un merito che non sia il corrispettivo della medaglia o del livello raggiunto in un videogioco: stiamo parlando di responsabilizzare e di promuovere davvero i ragazzi per quello che sono, insomma. Certo, bisogna vedere se il mondo del lavoro è davvero pronto a incontrare una scuola del genere.

Roberto Oddo

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