Alda Merini, La pazza della porta accanto

Antonietta De Lillo - Alda Merini, La pazza della porta accanto
1995. Nelle immagini di Luca Musella, Milano scorre pigra lungo i Navigli, quasi in incognito in un giorno festivo sfuggito a calendari e turisti o in un mattino feriale disertato da studenti e lavoratori. Sembra quasi muta, questa città intensa e operosa, concentrata ad ascoltare Alda Merini (1931-2009). La poetessa, poi, è lucida e determinata. Conosce bene i sui momenti di buio e, senza troppe cerimonie, va subito al sodo, come tutti i poeti, non ha pudore: l'ha perso tutto al manicomio. Parla di morte, come se fosse ineludibile, e d'amore, quasi non si possa far altro, parla delle necessarie traversie di un'esistenza che avrebbe dedicato volentieri a curare la vita. Su questo rapporto tra corpo e anima, o ancor meglio tra vibrazioni e prigionia, si sviluppa La pazza della porta accanto (2013) il film-intervista prodotto da RaiCinema e realizzato da una Antonietta De Lillo invisibile agli occhi degli spettatori. Eppure, che quello della poetessa milanese non sia il delirio di una reduce dal manicomio è chiaro in ogni momento: Alda Merini affonda nei ricordi della carne, parla a ruota libera senza curarsi della coerenza, ma chiede sempre conferma, chiede che la si segua nei suoi ragionamenti dolorosi, forse con il sottinteso di un'impossibilità di condividere l'esperienza. Eppure Alda Merini parla, almeno non mostra incertezza sulla poesia. Parla senza posa di ciò che era e di ciò che sarebbe voluta diventare, di ciò che nessuno ha mai creduto che fosse o che amasse, parla senza dar mai l'aria di confidarsi: l'Alda Merini che sbuca dallo schermo è l'eco di una sensualità tutta al femminile, viene da lontano con tutto il carico di suoni, di odori, di contatti umani, anche erotici, che ciascuno riconoscerà in sé.

La vita era sua, il corpo lo portava con sé. La voce, per fortuna, rimane - e ancor più la poesia.

Roberto Oddo

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