Bullismo: Andrea oltre i pantaloni rosa

Il 20 novembre del 2012 Andrea Spezzacatena si suicida nella sua casa di Roma. Il ragazzo, che ha quindici anni, si impicca con una sciarpa che aveva chiesto in dono alla madre e non lascia neanche un bigliettino per spiegare il suo gesto. In compenso, però, da fuori, dall'ambiente che il ragazzo frequentava - il prestigioso Liceo scientifico "Cavour" - e dai suoi amici di sempre trapelano notizie inattese per la famiglia. Pare che esistesse un profilo Facebook del ragazzo creato da non meglio identificati bulli allo scopo di dileggiarlo. La faccenda, da privata che era, diventa subito di dominio pubblico e si scatenano le tifoserie senza che ai familiari sia data l'opportunità di comprendere e parlare. Quando si celebra il funerale, tre giorni dopo, Andrea è per tutti «il ragazzo dai pantaloni rosa», il ragazzo che un giorno andò a scuola con le unghia smaltate.

Teresa Manes - Andrea oltre il pantalone rosa - Graus (bullismo, omofobia)
Sono passati esattamente quattro anni e leggere oggi Andrea oltre il pantalone rosa (2013), scritto dalla madre Teresa Manes e pubblicato da Graus editore, è ancora un pugno nello stomaco. Ricordo molto bene il clamore di quel caso, ricordo quanto se ne discusse e quante parole furono spese. Ancora oggi una certa propaganda si diverte a disquisire sull'orientamento sessuale del ragazzo e sulle cause della sua morte, mentre la famiglia non ha mai smesso di interrogarsi e di indagare sulle cause del gesto disperato. Ci sono persone, infatti, che a oggi negano le pressioni su Andrea, dicendo che il giovane non era neanche gay, bensì era innamorato di una sua amica - come se l'essere eterosessuale di un adolescente potesse impedire ad altri di canzonarlo e metterne in dubbio l'orientamento. Dal mio punto di vista, anzi, se davvero Andrea era attratto dalle ragazze come molti indizi lasciano trapelare, l'atto di bullismo era forse ancora più pretestuoso e perciò più devastante: a essere colpita, infatti, non era la sostanza della sua persona, bensì solo la forma, l'apparenza. Come emerge da questo «documento di vita, descrittivo e analitico», il bullismo colpisce a partire da un conformismo sempre più coercitivo e disperato, da parte di persone incapaci di riconoscere a sé e agli altri un'autonomia di qualsiasi tipo. Andrea era eterosessuale? E chi vuole negarlo? Ammesso che, in un senso e nell'altro, davvero si possa o si voglia dire in merito la parola finale a un'età così precoce, perché non lasciare che fosse eterosessuale a modo suo? Che amasse le ragazze, poi le donne e la sua famiglia secondo quella che era la sua sensibilità! Cosa c'entrano le discussioni sui suoi pantaloni e sulle sue unghia?

Il punto è che i tentativi di rubricare e derubricare i fatti a convenienza, di scagionare il circuito di persone che magari può avere scherzato su quei comportamenti un po' atipici da un lato è solo una copertura per una massiccia negazione del problema dell'omofobia (Andrea era eterosessuale, ergo l'omofobia non c'entra, anzi l'omofobia non esiste). D'altro canto quest'insabbiamento è l'affermazione, ancora più grave e inquietante (specie se propagandata da chi sbaglia pure il cognome del ragazzo in articoli su stampa nazionale), di una volontà di dettare l'ulltima parola, a senso unico, su una questione tutt'altro che risolta. L'omofobia esiste e, se davvero si è risolto al suo gesto estremo per via dello scherno e di un'incomprensione, Andrea ne è comunque una vittima. Sarebbe ora - e sarebbe meglio per tutti - che andassimo oltre il colore di un pantalone stinto e superassimo l'emergenza sociale del conformismo.

Roberto Oddo

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