Mick Jackson, La verità negata (Come sappiamo?)

Mick Jackson - La verità negata (Rachel Weisz, Tom Wilkinson, Timothy Spall)1996. Lo storico David Irving (Timothy Spall) trascina in tribunale una sua collega della Emory University di Atlanta, Deborah Lipstadt (Rachel Weisz), specialista sull'olocausto: Irving accusa la Lipstadt di diffamazione, in quanto, nel suo saggio Denying Olocaust del 1993, l'avrebbe screditato, creandogli un gravissimo danno economico e d'immagine nel mondo scientifico. Lipstadt, nel prendere atto di atteggiamenti refrattari alla storiografia ufficiale e vicini al razzismo e alle intolleranze dei gruppi di estrema destra, ragiona sulle cause per cui a un certo punto qualcuno si prende la briga di mettere in discussione quanto avvenne durante la seconda guerra mondiale. La studiosa si sofferma allora su un problema fondamentale che permea lo spirito della storia: Come sappiamo quello che sappiamo? Uno degli aspetti precipui della scienza non è la risposta che una data ricerca ottiene, bensì l'insieme delle domande, delle strategie e degli strumenti che si mettono in campo per raggiungere un determinato obiettivo, con la conseguente analisi dei risultati ottenuti. Si tratta di una forma più complessa (e talvolta più codificata) di metacognizione, che, nel caso in cui vengano coinvolti aspetti così delicati come quello dell'olocausto, si manifesta anche e soprattutto sotto forma di coscienza.

La verità negata (2016) di Mick Jackson, su sceneggiatura di David Hare, è un bel film che affronta un tema delicatissimo come quello del negazionismo in un periodo nel quale, specie da parte di diverse autorità "populiste" in Europa e non, cresce l'insofferenza nei confronti della narrativa sullo sterminio ebraico. Tale rifiuto si manifesta poi in falangi di neofascisti / neonazisti, preoccupati di preservare la dignità dei loro idoli attraverso una controstoria a volte davvero farneticante. Tuttavia, il film, schieratissimo sul piano ideologico, è molto meno piatto e banale di quanto un militante conformista potrebbe pensare. La strategia narrativa usata, quella del processo, in tribunale rende, intanto, la vicenda molto più attuale e vicina alla sensibilità del pubblico di oggi (e non dimentichiamo che la Storia contemporanea nasce nel Palazzo di Giustizia di Norimberga tra il 1945 e il 1946). Ma non è solo questo. C'è, in più, un dato di circostanza: c'è che Irving porta Deborah Lipstadt in un tribunale inglese, a Londra, dove non vige la presunzione di innocenza e l'onere della prova non spetta dunque all'accusatore, come invece accade in Italia e negli U.S.A: l'imputata dovrà provare di avere espresso i giudizi più corretti e che, dunque, la sua non è diffamazione. Il problema storico, dunque, ricade tutto su Deborah Lipstadt e sullo staff legale capitanato da Anthony Julius (Andrew Scott) e da Richard Rampton (Tom Wilkinson), aiutati dai giovani e motivatissimi James Libson (Jack Lowden) e Laura Tyler (Caren Pistorius).

Mick Jackson - La verità negata (olocausto e negazionismo)
In realtà il corso del processo, comprensibilmente, tende a seguire un iter diverso rispetto alle attese dell'imputata e del pubblico al di là e al di qua dello schermo. Se il caso provocò in tutto il mondo un clamore mediatico incredibile per il significato che un'eventuale sentenza avrebbe avuto nella riscrittura della storia, l'empatia e l'emotività non possono prevalere laddove si vuole vincere la causa. Julius e Rampton non consentono a reduci dai campi di concentramento di deporre, nonostante le insistenze di un gruppetto di loro, e addirittura la stessa Deborah Lipstadt è costretta a rimanere in silenzio e assistere da spettatrice a questo scontro di tesi contrapposte su quello che è proprio il suo terreno, il suo campo di studio, nonché parte della sua vita. Per come lo dipinge Irving, poi, in quel tribunale di Londra si combatte una battaglia impari, di «Davide contro Golia»: un ricercatore autonomo contro i potentati dei colossi editoriali (in questo caso, la Penguin Books) e degli straquotatissimi studi legali. Non è neanche uno spoiler dire che l'accademia trionfa, e questo sta tutto nella storia; vale però la pena di sottolineare in chiusura almeno un paio di aspetti.

Intanto la causa nel Palazzo di Giustizia si sofferma su un problema legale specifico non meno sottile per chi fa storia: la versione di David Irving era frutto di diversi errori di prospettiva o era tutto un intenzionale piano per dare un quadro diverso delle vicende del Reich hitleriano? Che senso avrebbe parlare di una propaganda successiva (e di molto) rispetto agli eventi narrati, una propaganda postuma? C'è un disegno politico? Poi, aspetto di primario interesse, nel film di Mick Jackson, dopo il torchio giuridico e mediatico lo storico fedele al Führer non perde un briciolo di smalto o energia e anzi, nello sparigliare le carte, si rivela molto più intrigante, incisivo e attuale di Deborah Lipstadt, che finisce per sbiadire. È giusto così: la domanda più urgente e profonda sul negazionismo rimane perché?, Irving è il protagonista e vari sono gli sguardi e le strategie ancora necessarie ad affrontare il tema. Il cinema ci offre una prospettiva, discutibile finché si vuole, ma che ci consente almeno di confrontarsi sulle prospettive dei fatti e delle storie.

 Roberto Oddo

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