Careless Whisper (coming out e gioco del bastone)

[LGBTQI] A un certo punto, poi, verso la fine della festa, arrivava il «gioco del bastone» e, per quanto fossero vecchi, i brani erano sempre quelli: Careless Whisper di George Michael, Reality di Richard Sanderson e talvolta perfino On My Own di Nikka Costa. A parte che non sapevo ballare, avevo anche la sindrome del brutto anatroccolo. E, sebbene in fondo non vagassi più di tanto per approdare a un momento di intimità (chiamiamola così) a sigillare le relazioni nate durante qualche ricreazione a scuola o prima, con il «gioco della bottiglia», non vedevo l'ora che tutto finisse. Non mi piaceva e non mi interessava quel contatto e pensavo di essere immaturo, che ancora l'interesse per le ragazze dovesse sorgere: da quelle feste mi è rimasto perfino un briciolo, ma un briciolo spregiudicato, di anaffettività (imprevedibile in una persona emotiva, empatica e fortemente «tattile» come me). Trasferii quel fastidio alla musica e catalogai tutte quelle canzoni sotto l'unica etichetta di melassa. Non faceva per me (e non che avessi gusti musicali raffinati, anzi).

George Michael
Poi però crebbi e incontrai tante persone nuove. Quando conobbi A., ero appena maggiorenne e stavo prendendo coscienza della mia omosessualità. Lei è stata una delle prime persone a cui la rivelai, perché allora era un segreto, ovvio: conosceva la ragazza con cui stavo e, insomma, c'era anche un briciolo di imbarazzo. Lei adora George Michael e le sue canzoni erano, più che una colonna sonora, un refrain dei nostri pomeriggi e delle nostre serate insieme. Per quanto conoscessi quasi tutto il repertorio degli Wham!, come ogni videomusicdipendente che si rispettasse, fu Careless Whisper che, con una fitta, mi tornò in mente quando lei me ne parlò con la sua gioiosa, incontenibile eccitazione. A. avrebbe voluto che io l'accompagnassi al primo concerto italiano del suo cantante preferito, cosa che io non ho mai fatto. Ma è stata lei a recuperare in me quel mood e, sebbene George Michael in fondo non sia mai arrivato a interessarmi, rientrò a far parte della mia vita e accompagnò indirettamente il mio coming out (dopo mio cugino, quello con lei fu il primo coming out importante, il primo di una valanga di altri). E chi sapeva, o poteva immaginare, che George Michael, idolo delle ragazzine (e, per ciò stesso, eterosessuale per forza!), fosse anche lui gay?

Ci voleva tanto per capire che odiavo la mia adolescenza per non essere quello che sarebbe potuta essere, ovvero più facile e comune? Ci vuole forse ancor meno oggi a dire che, se non fu facile, ciò si deve al mio odio per quello che avrei potuto, più semplicemente, vivere, proprio come l'essere più o meno sfigati in amore o bravi negli studi. Questo mi sembra il punto decisivo, per quanto mi riguarda: il coming out non è altro che una presa di coscienza di quel che si è, un iniziare a vivere prendendosi la responsabilità dei propri desideri e delle proprie idiosincrasie: è un tentare di superarsi per essere sempre più e sempre meglio ciò che si scopre in sé, la persona che si sta responsabilmente costruendo. Le voci inudibili tra le varie coppie in bilico sul primo bastone che sarebbe arrivato non erano il sussurro esclusivo e perciò incurante e anche sgarbato per cui sbuffavo: George Michael magari non mi sarebbe neanche arrivato più di tanto in ogni caso, nonostante l'entusiasmo di A., ma quella canzone, bellissima ancora oggi e ben diversa da altri stucchevoli brani delle stesse playlist, mi bisbigliava la gioia di essere adolescente, di essere uomo, di essere io. Così la voglio canticchiare, a bassa voce, perdonandomi tutte le ipotesi e i condizionali di troppo, in memoria di quel che allora non ero e ancora non sono. C'è tanta vita da perdercisi dentro.

Roberto Oddo

Post più popolari