Giuliano Montaldo, Sacco e Vanzetti

Giuliano Montaldo - Sacco e Vanzetti (anarchia, ingiustizia, intolleranza)1920. Bartolomeo Vanzetti, piemontese, e Nicola Sacco, pugliese, immigrati negli U.S.A. sono arrestati durante una retata. La rivoluzione russa è ancora fresca: negli Stati Uniti si teme l'infiltrazione dei comunisti e la propaganda al riguardo è a dir poco isterica. Ma la vita dei due italiani prende una piega diversa dalle attese: poiché sul piano politico non riesce ad andare oltre un certo punto, la polizia collega l'arma trovata addosso a Sacco, una Colt 32, con quella di una rapina con omicidio avvenuta poche settimane prima a South Baintree (Boston). Il capo d'accusa cambia: da una generica allusione, fumosamente (anche se non erroneamente) correlata alla morte di un loro compagno, Andrea Salsedo, precipitato dal palazzo dove aveva sede l'FBI a New York, a una più precisa e ben più grave imputazione. Comincia solo ora il vero incubo dei due uomini, difesi dal un meno anarchico avvocato Fred Moore, in un'aula dove la pubblica accusa, nella persona dell'avvocato Frederich Katzmann, e il giudice Webster Thayer non si fanno scrupolo di esibire tutta la loro intolleranza e il loro aperto razzismo contro gli Italiani e gli stranieri in generale. Il processo è una farsa che affastella ragioni a dir poco pretestuose e testimoni prezzolati, nel quale si fa leva sul naturale odio verso gli immigrati e, per completare il quadro, si mettono in campo, deridendole, tutte le battaglie dei sindacalisti contro le condizioni disumane a cui sono sottoposti i lavoratori irregolari negli U.S.A.

Sacco e Vanzetti (1971) si colloca molto bene nella cinematografia di Giuliano Montaldo: nell'affrontare il tema della giustizia e dell'intolleranza e giunge a un buon equilibrio tra narrazione dei fatti, con un'esattezza pregevole, e indagine sui retroscena e sui caratteri dei protagonisti. Vanzetti (Gian Maria Volonté) e Sacco (Riccardo Cucciolla) vengono tratteggiati come due persone radicalmente diverse: l'uno verace, sanguigno, esplicito sul suo credo, l'altro dignitoso, sobrio ed elegante, tendenzialmente poco aperto, ma determinato. Accanto a loro, l'avvocato Moore (Milo O'Shea) è dipinto come un dandy focoso, fervente sostenitore dei diritti degli immigrati e dei più umili, una sorta di politico da tribunale, non proprio politically correct, ma sicuro delle sue ragioni più che dei suoi interessi. Al contrario, Katzmann (Cyril Cusack), il legale dell'accusa, compare quale viscido e insopportabile ingranaggio di un sistema di potere, menefreghista e convinto della propria indiscussa superiorità. Appena verniciato da ipocrita equanimità, ma maschera della sua stessa spregiudicata partigianeria contro gli imputati, il giudice Thayer è il ritratto vivente di quanto di più vieto possa rappresentare una fazione che si definisce di conservatori amanti dello Stato e delle Istituzioni. Giuliano Montaldo (autore con Fabrizio Onofri e con Ottavio Jemma della sceneggiatura, a partire da un'idea condivisa anche con Mino Roli) dipinge un quadro di corruzione e si schiera senza nessun dubbio con Sacco e Vanzetti, a prescindere dalla condivisione o meno delle idee politiche: è l'identità di persone "minoritarie", in difficoltà, contrarie al sistema di oppressione che attira la simpatia del narratore e degli spettatori. Non è un caso che il reporter (Claude Mann) incaricato di raccontare la storia sui giornali del tempo assista con sguardo ironico e critico ai tentativi di e finisca anche lui con l'esser fatto fuori dal sistema con il licenziamento. A raccontare i fatti di Sacco e Vanzetti nel momento in cui avvengono non si può essere imparziali e non si può che essere in qualche modo outsider.

Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco
Scritto e diretto con un ritmo davvero buono, Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo è un film avvincente su una storia che ben conosciamo e che fa parte del nostro patrimonio. Di Italiani, innanzitutto, di persone spesso costrette all'emigrazione dalla mancanza di prospettive e di futuro lavorativo; di ribelli, poi, di cittadini che credono, eccome!, nelle Istituzioni, ma che non vogliono essere schiacciati da chi se ne proclama il depositario a suon di gerarchie e sopraffazioni. Conosciamo bene la fine della vicenda, la condanna a morte, il rifiuto della richiesta di appello presentata dal successore di Moore, il più "istituzionale" ma onesto e appassionato William Thompson (William Prince), e la morte sulla sedia elettrica (avvenuta per entrambi il 23 agosto 1927). Eppure ancora dà i brividi il discorso pronunciato da Vanzetti in tribunale il giorno in cui la condanna divenne esecutiva. In quel caso, l'italiano disse di morire a ragione, non in quanto colpevole di una rapina e di un omicidio che non si era mai neanche sognato di commettere, bensì proprio in quanto anarchico, cioè per quello che la pubblica accusa aveva voluto colpire in loro al di là di ogni pretesto.

Quando uscì il film di Montaldo, nel marzo del 1971, gli Stati Uniti non si erano ancora pronunciati ufficialmente su quanto era accaduto a Boston al riguardo. Si deve attendere ancora oltre sei anni, il 1977, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dei due anarchici, perché l'allora governatore del Massachussets, Michael Dukakis, finalmente si decidesse a scagionare i due condannati da tutte le accuse loro imputate. Cerimonia tardiva e inutile sul piano della giustizia spiccia, ma necessaria a riabilitare la dignità di persone che non avevano mai creduto nel crimine e nella morte, semmai combattevano per la vita e la libertà.

Roberto Oddo

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