L'ultima tempesta di Peter Greenaway

Peter Greenaway - L'ultima tempesta (da Shakespeare)
Se c'è un film che, a venticinque anni dalla sua uscita, meriterebbe di essere restaurato e riproposto ad alta, altissima definizione con gli strumenti di oggi, questo è L'ultima tempesta (1991) di Peter Greenaway. Riscrittura magnifica del più misterioso ed evocativo capolavoro (1611?) di Shakespeare, Prospero's Books è una celebrazione della complessa commedia del Bardo, ma attraverso un'invenzione magnifica. L'azione parte dai libri di Prospero (John Gielgud): questi libri sono oggetti magici che, come le Città invisibili di Italo Calvino, vengono citati e percorsi da pellegrini smarriti, hanno ciascuno una sua storia, ciascuno una sua essenza e un suo imprevedibile destino. Ineffabili ed effimeri, sono il tesoro di Prospero, il Duca di Milano esiliato dal gretto fratello Antonio (Tom Bell) su una piccola isola del Mediterraneo. Sono libri fatti di carta e di altri materiali noti e ignoti, che contengono parole, immagini, materiali, odori, forme, libri che si aprono e diventano luoghi, libri da ripercorrere come mappe per l'inferno, bruciacchiate dal fuoco. Contengono, racchiudono il sapere, il fatto stesso di sapere, la realtà. Non costituiscono una biblioteca, sono un gioco e un incantesimo, o forse un incantamento, lo stesso con il quale Prospero tiene avvinta la sua isola. Il Duca di Milano non si è dato alle arti oscure, come i grandi intellettuali tra Cinque e Seicento, non è Francis Bacon, non è Giordano Bruno e non è il suo Manfurio - ma è in grado di governare i venti o di provocare una tempesta, quella che getterà sulle sponde del suo regno i nemici di sempre.

Sull'isola, in realtà, Prospero (nomen omen) ha almeno un nemico che resiste alla sua malia: si tratta dell'imprevedibile incarnazione del male, Calibano (Michael Clark), che nel film di Greenaway è un danzatore la cui nudità (a differenza di quella libera, spregiudicata e di mollezza barocca degli altri personaggi) è scheletrica, sagomata in una tuta aderentissima. I suoi movimenti sono una coreografia a prima vista insensata. Il servo delle tenebre, figlio di una maga in grado di governare la Luna e con essa le maree, sembra muoversi seguendo le convulsioni della sua rabbia, del suo dolore. Calibano (sia esso caribbean oppure cannibal) è una creatura primordiale o primitiva, terribilmente affascinante: sembra anticipare il Monostatos del Flauto magico di Mozart e però va molto molto più in fondo, negli abissi della grettezza e dell'animalità. Desidera Miranda (Isabelle Pasco), figlia "da ammirare" di Prospero, ma questi la destina a Ferdinando (Mark Rylance), figlio di Alonso (Michel Blanc), re di Napoli, attraverso il quale il duca in esilio aspira a tornare nella sua terra. Quanta Italia, c'è nella Tempesta di Shakespeare! Nel film di Greenaway, visionario ed elegantissimo, capace di richiamare tanto Fellini quanto il miglior teatro-danza inglese, prevalgono i nomi sulla Geografia, gli accumuli di parole. E però quanto sono laceranti i versi di Shakespeare (versi senili?) nelle immagini oniriche e sensualissime de L'ultima tempesta! Lungi dal distrarre lo spettatore dalla drammaturgia, Greenaway ve lo fa tuffare, sottolineando l'impatto a ogni singola parola. Anzi, la potenza delle frasi cresce scena dopo scena in un giro di vite che esalta la poesia del Bardo e crea momenti di grande commozione. Riscrittura, sì, ma anche edizione di riferimento: un gioiello!

Roberto Oddo

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