Mario Soldati e il vino. 1968: Adige

[Andar per gusti1.5 La quinta tappa del viaggio di Mario Soldati alla ricerca del vino italiano è un percorso a ritroso lungo l'Adige, da Verona a Trento e il territorio immediatamente a nord. Non una regione, dunque, bensì un distretto produttivo diversificato e promettente che, negli ultimi anni, si è affermato ed è tra i più quotati nelle nostre enoteche. Quando vi va lo scrittore piemontese, però, il bacino dell'Adige (il secondo fiume italiano per lunghezza) non è tra le più blasonate zone vitivinicole d'Italia. Il nome ormai mitico di Quintarelli, oggi sinonimo di qualità assoluta dell'Amarone della Valpolicella, sembra distinguersi appena tra quello di altri produttori. «Siamo nel novembre del 1968» e la fama della zona è tutta da costruire. Il primo incontro in zona è anzi meno fortunato del previsto, all'insegna dell'ostilità. Nella cantina sociale di Soave, Soldati incontra il direttore, Corrado Piacentini:

Verona di notte - Lungadige
«Per descrivere Piacentini, dovrei avere la penna di Balzac. Espertissimo enologo, autore di studi originali e di esperienze memorabili, sia in laboratorio sia in cantina, sulla chiarificazione con bentonite di vini bianchi e rossi nella zona di Soave, Piacentini è un uomo che crede fermamente nella possibilità di pianificare, programmare la produzione del vino, fino a trasformarla, quasi e senza quasi, in un'industria. Si può immaginare che razza di interlocutore, o piuttosto di antagonista, abbia trovato in me.»

Lo stigma su una certa mentalità produttiva, che serpeggiava già nelle pagine precedenti, arriva qui al suo culmine, quale episodio da inserire in un'ideale comédie humaine del vino, investendo perfino le indubbie doti del suo rappresentante:

«... il vino per lui non ha misteri, non è un elemento letterario, non è un'immagine o un sogno come invece è per me e per la grandissima maggioranza di tutti gli esseri umani: no, lui, il vino, lo capisce fino in fondo. E il solo guaio è proprio questo: lui capisce troppo bene il vino, e capisce troppo bene che il vino è fatto in grandissima parte per quelli che non lo capiscono: e deduce così, da tale doppia consapevolezza, un pessimismo senza rimedio sulla possibilità di mai fare capire il vino al consumatore. Non che, come conclusione, si dedica all'inganno: non sarebbe l'onesto e appassionato tecnico che è; ma al silenzio, sì, e così al rassegnato abbandono alla moda, o alla corriva abitudine di considerare il cliente come colui che ha sempre ragione.»

Se mi sono dilungato tanto in questa descrizione di un personaggio è perché qui c'è tutto il percorso di Mario Soldati all'interno del suo Vino al vino. Sarebbero tanti altri i passi da riportare su questo straordinario enologo e produttore, ma li lascio all'appassionato che vorrà leggere il libro, per crearsi i suoi percorsi personali. Qui interessa sottolineare, da un lato, la venerazione di Soldati per il vino, fatta di curiosità, esperienza e cultura umanistica; dall'altro, come, a dispetto della manifesta e professata ingenuità e incompetenza, Soldati sappia molto bene (qualcuno direbbe anche troppo bene) che cosa stia cercando. E la razionalità, che spesso fa capolino nelle pagine delle scrittore torinese, con un ricordo preciso della tradizione illuministica francese, apparentemente rischia qua e là di entrare in cortocircuito. Quando, per esempio, lo scrittore visita le cantine di Dorigati, a distanza di diverse pagine, come se fosse casuale, torna sul tema delle novità in cantina per rinforzare la sua posizione e quasi per difendersi da accuse di passatismo:

«Nessun altro è il tipo di conservatorismo che amo! Non c'è snobismo, qui, non c'è estetismo. Si tratta, molto semplicemente, di conservare tutto ciò che funziona ancora, tutto ciò che è inutile rinnovare. Cambiare per cambiare, per essere alla moda, che senso ha?»

Sembra che Soldati non sia proiettato al rinnovo progettuale del settore vitivinicolo, e in effetti certe pagine ci possono lasciare un po' perplessi; ma in realtà, a essere stigmatizzata, è la spersonalizzazione del vino. In questa rincorsa dell'umanista al vino vero, il vino della tradizione da intercettare e riconoscere in un momento qualsiasi della sua evoluzione, possibilmente spillato dalla botte, la querelle des anciens et des modernes appare perfino più aspra di quanto non sia stata in Sicilia o in Campania. Si consideri inoltre che fa prepotentemente ritorno il Piemonte dello scrittore, con un ricordo della Barbera (ma la Barbera è vitigno a suo modo quasi ubiquitario in Italia), per parlare di aria di casa e della necessità di bere in modo sano e senza contaminazioni con il commercio e l'incipiente globalizzazione (termine che Soldati non usa, è chiaro, ma che aleggia con chiarezza per il lettore dei nostri giorni). Questo e il prossimo capitolo di Vino al Vino formano per tanti aspetti un dittico da leggere in un'unica soluzione.

Francesco Ranzi - Pianta di Trento antica (Wikimedia Commons)Cinque, intanto, i vini che mi piace ricordare in questa tappa, ciascuno dei quali accompagnato da precise note di degustazione: il Valpolicella Rosso e l'Amarone, chiamato ancora «Recioto Amarone», per la Valpolicella; lo spumante metodo classico del fu Giulio Ferrari (dal 1952 di proprietà della famiglia Lunelli), il Teròldego e (se non altro, per gli echi mozartiani) il Marzemino per la provincia di Trento. Parlando delle bollicine e della loro tradizione: dopo aver spiegato in breve come si spumantizza in tutte le varie fasi, Soldati dedica tempo anche al modo in cui questi vini vanno serviti e bevuti. Vi si racconta, insomma, l'amore per il difficilissimo Pinot nero e le barbatelle spedite in Oltrepò Pavese e altrove in Italia, si parla d'attesa e di un'attenzione che ai frettolosi amanti del vino commerciale apparirà (e un po' è) maniacale, ma rispetta e rispecchia i tempi della festa; insomma, della cura per non alterare il duro lavoro di agricoltori ed enologi e gioire dell'esperienza: «Il vecchio Ferrari di Trento potrebbe essere definito "il padre dello spumante secco italiano"». Soldati non rinuncia mai al lessico della famiglia, della cultura del luogo e, sotto questo aspetto, quasi come contraltare alla circoscritta delusione nella cantina di Soave, le pagine dedicate al Trentino sono tra le più belle e istruttive di questo primo viaggio ormai quasi al termine.

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Cantina di Soave - Quintarelli - Ferrari Trento - Cantine Dorigati
Roberto Oddo

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