Mario Soldati e il vino. 1968: Toscana

Mario Soldati - (Wikimedia Commons)
[Andar per gusti1.3 Chiunque bazzichi il mondo del vino, capirà subito, che più ancora della Sicilia e della Campania, la vera prova del fuoco per il torinese Mario Soldati è la Toscana. La regione, infatti, gioca da sempre un derby con il Piemonte in merito alla produzione del vino migliore d'Italia. La terza tappa di questo breve e importante viaggio compiuto nell'ottobre del 1968 porta perciò a uno degli affondi più importanti dell'intero libro in merito ai «grandi vini». Siamo tra le province di Firenze e Siena e Soldati sembra intenzionato a ragionare su una politica agricola al limite della schizofrenia, tra ciò che i nomi - e in particolare il Chianti - significano per il consumatore e il modo in cui il vino in realtà si presenta:

«Cedendo a pressioni mercantili e pubblicitarie, le nuove leggi si sono mosse esattamente nella direzione opposta a quella che sarebbe stata auspicabile. Invece di "restringere" l'elenco delle aree autorizzate a fregiare i loro prodotti con la denominazione di origine controllata "Vino Chianti", questo elenco è stato inverosimilmente allargato. Tutto il vino toscano sembra che diventi Chianti, a un certo momento. Sembra, e non è vero: perché la legislazione mette limiti precisi, e descrive accuratamente i confini: ma l'esclusione e l'inclusione di alcune zone piuttosto che di alcune altre si dimostra semplicemente gratuita, cervellotica, senza nessuna base nella realtà storica, geografica, geologica dei vigneti produttori.»

L'energia con la quale lo scrittore piemontese partecipa alla decadenza di una tradizione enologica sottolinea, se mai ce ne fosse bisogno, la sua onestà intellettuale. L'affettuoso campanilismo con cui Soldati guarda alla sua terra non lascia la minima traccia nella valutazione dei vini dell'avversaria diretta: in fondo, come si vedrà a tempo debito, i problemi che la Toscana affronta sono tutt'altro che isolati. Semmai, grazie all'abitudine ai vini importanti e all'ineguagliabile tradizione contadina piemontese, la sosta nella regione di Dante è l'occasione per mettere a confronto la ricca varietà enologica attraverso il confronto tra Chianti, la Vernaccia di San Gimignano («profumato, ho detto: sapido, liscio, seducente: somiglia soltanto al Fendant del Vallese») e Brunello di Montalcino (per rimanere nella zona compresa tra Firenze e Siena e per parlare solo dei maggiori). Infatti, è proprio a questo punto del suo primo viaggio tra gli uomini e soprattutto le donne del vino, infatti, che Mario Soldati sintetizza due immortali spunti di riflessione sul vino. Da un lato, sempre parlando del Chianti e delle sue innumerevoli diciture, del «governo» e delle pratiche produttive, ricorda il già discusso ciclo vitale del vino, contro l'immortalità fittizia e industriale delle etichette:

«Proprio qui è il fascino del vino: nella sua vitalità irrazionale e sempre mutevole, non troppo diversa da quella di un organismo umano.»

Paragone classico, già di polibiana memoria, quello con il corpo umano. Si arriva, dunque, al punto centrale con i «nomme» di don Vicienzo Triunfo: esistono i vini, che hanno una loro evoluzione e una loro storia, ma questa talvolta sparisce e talvolta viene congelata in immagini pubblicitarie che niente hanno a che fare con la realtà. Perché la realtà è fatta di persone, di territorio e di sviluppo aromatico (positivo e negativo, beninteso) e tutto ciò sugli scaffali delle enoteche fatica ad arrivare per il grande pubblico. Questo è, anzi, lo scopo del suo viaggio per le strade italiane del vino: comunicare ciò che c'è oltre quello di cui si parla nella cultura di massa. Chi beve deve essere in grado di conoscere, o almeno individuare e apprezzare, le qualità specifiche di un vino, ovvero di attribuire l'esatto valore. Ed ecco che, parlando del Brunello, il secondo spunto di riflessione di Soldati:

«Il vino non è soltanto un oggetto di consumo: il vino, in certi casi, può anche essere considerato e studiato non come un oggetto di consumo, ma come un'opera d'arte

Franco Biondi Santi - Tenuta del Greppo (Wikipedia Commons)La dimensione industriale non si oppone a quella estetica, bensì all'intuizione del genio, in questo caso dell'enologo. E colpisce il fatto che Mario Soldati, che tanto si aggira tra le colline dell'areale del Chianti, tra le pratiche di vigna e di cantina, fatichi nei fatti ad affondare il naso nel bicchiere, sembra quasi che non ne beva. Quando invece ci troviamo a Montalcino, nella Tenuta del Greppo, di riferimento per il Brunello, l'aspetto sensoriale ha il sopravvento e il viaggio riprende la sua strada che abbiamo già imparato a conoscere. Tornano i ritratti fulminei dei protagonisti (Ferruccio Biondi Santi viene definito «un "vociano" del vino» con una sua specifica «sindrome artistica») e i lunghi indugi sulla loro vita e sulla loro esperienza in campo enologico.  Ma, soprattutto, protagonista è il vino.

«Com'è, dunque, questo Brunello? Sentiamo il Garoglio: "Vino da arrosto di eletta classe, degno di competere con i migliori vini di Borgogna, presenta da giovane un colore granato intenso e brillante, che nell'invecchiamento si trasforma in arancione carico. Un po' sgraziato, nelle prime età" (un po' lazzo, un po' allappante, preciserei, un po' duro) "pur conservandosi robusto e generoso, acquista col tempo fragranza, sapore vellutato, e armonicità insieme a quel profumo delicato e intenso: caratteristiche, queste, di grande nobiltà e finezza, che lo distaccano nettamente, per gusto, profumo, vivacità e robustezza, dagli altri vini rossi toscani."»

Dialogando con la sua irrinunciabile guida, con il suo mentore, precisando, frapponendosi, a suo modo correggendo il Garoglio per un pubblico più moderno, mettendoci "del suo", Soldati entra in sintonia con persone e calici. Viaggiando con lui, non sono risposte dogmatiche a farsi strada, ma l'esattezza di un'esperienza umana e la domanda: "che cos'è il vino?", ovvero "che cos'è il vino, e per chi?".

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Roberto Oddo

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