Mario Soldati e il vino. 1968: Piemonte

[Andar per gusti1.6 «È probabile che, arrivando finalmente in Piemonte, a casa mia, io abbia rinunciato troppo presto e troppo volentieri a ogni tentativo di imparzialità e di giustizia. Ma, insomma, non mi sono mai presentato come un esperto di vini, non ho mai preteso di scrivere se non le mie impressioni personali, private, fuggitive, e affrontando il rischio, qualche, volta, di sbagliare. Dirò dunque, senza esitare, che la superiorità vinosa del Piemonte mi è sembrata tanta e tale da doverne tenere debito conto proprio per un senso di equità, e da dovere, perciò, concedere a tutte le altre nostre regioni il beneficio di un massiccio handicap.»

Mario Soldati (Wikimedia Commons)
Non usa mezzi termini Mario Soldati, «giunto all'epilogo di questo viaggio» per i vini d'Italia, allorché raggiunge finalmente il suo amato Piemonte. Eppure, non è di Barolo, Barbaresco, Barbera che parla l'ultimo capitolo del primo volume di Vino al Vino (ricordiamo, però, che in quegli anni il Barolo non aveva particolare appeal per il grande pubblico e la rivoluzione anche mediatica dei Barolo Boys era di là da venire). Colpisce anzi l'insistenza con la quale lo scrittore torinese ricordi qui l'importanza dei vini piccoli e di quelli giovani, o di quelli che, a un certo punto della vita, si preferiscono per ragioni tutte personali.

«Ho rinunciato a ragionare, a confrontare, a dubitare; e ho pensato bene di comunicare ai miei lettori le esatte scelte che sarebbero state le mie, se avessi viaggiato soltanto per il mio piacere privato, senza propositi letterari e senza preoccupazioni consumistiche. Almeno nel primo momento della scelta, ho preferito, a tutti gli altri famosi, buonissimi e moltissimi vini del Piemonte, gli ignoti o quasi ignoti, gli artigianali o quasi artigianali, o sublimi "vini dei Tre Vescovi".»

Parte così un'avventura, breve e circoscritta, nelle province di Torino e Vercelli e in Valle d'Aosta, tra il leggendario e il fascino discreto delle tradizioni casalinghe nelle quali il lettore meno esperto si trova un po' in attesa, ma molto ben accolto. Riconosciamo i vitigni, per grandi linee, ma questo percorso ci sembra qualcosa di nuovo (con tutto ciò che questo comporta per ognuno di noi, i timori e l'eccitazione). Il Morgex, ovvero il vino eletto da tre Vescovi in ascesi come il migliore tra i loro, il vino passito di Giambava, ovvero lo "Chambave Rouge", l'Erbaluce passito e secco, il Carema che Soldati si nega per non inficiare un antico e intimo ricordo, e il Lessona.

Ciascuno di essi è un affondo nel pianeta del vino di un uomo innamorato della sua terra e che, proprio con il Lessona, l'ultimo vino di cui si parla nel libro, riscopre le sue radici in un modo che non si aspettava. Invitato a casa Sella, trova con Venanzio, il padrone di casa, una corrispondenza di simpatia e immediata affinità, basata sulla franchezza e su un discreto e inflessibile ottimismo. Addirittura scopre che la tenuta Sella, per ragioni anagrafiche, apparteneva un po' anche alla sua famiglia. All'insegna dell'homecoming, questa tappa conclusiva di un viaggio che poteva essere l'unico si chiude su un inno alla convivialità del vino:

«Che cos'è un vino senza gli amici? Dirò pane al pane e vino al vino: dirò che un vino senza gli amici è poco più di niente.»

Con questa sentenza, che chiude un episodio dedicato al genio immortale (e astemio) di Albert Einstein, si sigilla un libro che non smentisce mai il suo senso assoluto della qualità e la ricerca di una produzione che è, essa stessa, un momento di condivisione: un tacito, ma laborioso atto didattico e produttivo della tradizione. Ciò che il passato può insegnarci, nel presente lo impariamo nell'atmosfera rilassata e familiare di un pasto in casa o di un'appassionata ricerca.

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Roberto Oddo

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